Pubblicato da: agharti | novembre 22, 2008

Era già accaduto nel 1947, un beduino aveva scoperto una grotta nel deserto di Giudea e da allora quella scoperta, i rotoli di Qumran, divennero la chiave interpretativa della nascita del Cristianesimo. Oggi la storia potrebbe ripetersi: il professor Chanan Eshel, archeologo israeliano, ha acquistato alcuni frammenti di circa duemila anni di antichità relativi ad un corpus sconosciuto.
I frammenti di pelle animale, scritti in antico ebraico, riportano versi del Levitico e furono realizzati, forse, da rifugiati nelle grotte di Nachal Arugot, deserto di Giudea, nel II secolo, quando gli ebrei si nascosero da romani in questi luoghi durante la rivolta di Bar Kochba, in ebraico “Figlio della Stella”.

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Pubblicato da: agharti | aprile 5, 2008

Baubo

Il nome “Baubo” significa “ventre” e Baubo era la dea greca della risata viscerale. Quella risata di solito suscitata da gesti osceni od allusioni scherzose. Baubo, nelle statue, è raffigurata come un corpo senza testa nè arti, i suoi genitali formano una bocca barbuta ed i seni guardano come occhi.
Baubo era la sorella di Giambe, la dea dei discorsi indecenti, e moglie di Disaule di Eleusi, al quale diede due figlie: Protonoe e Nisa e due figli maschi, Euboleo e Trittolemo. Demetra, la cui figlia Persefone era stata rapita da Ade, vagando per la terra in preda al dolore, capitò nella città costiera di Efeso, dove sostò accanto ad un pozzo per riposarsi.
Baubo vi arrivò per prendere l’acqua e, commossa dallo stato di prostrazione della dea, cercò in qualche modo di sollervarle l’animo. Demetra, però, rifiutò ogni consolazione. Allora Baubo sollevò la gonna e mostrò il posteriore. Il piccolo Iacco, che accompagnava Demetra, scoppiò in una risata scrosciante. Il dolore di Demetra si interruppe in un sorriso, la terra, sterile, si agitò e, dopo un pò, anche Persefone fece ritorno dalla madre. Per questo alcuni studiosi sostengono che Baubo fosse uno degli aspetti secondari di Ecate, la dea notturna del mistero e del potere

 

Pubblicato da: agharti | aprile 4, 2008

Diana Aricina

DianaDiana era la dea protettrice della caccia, delle partorienti e della luna, astro tipicamente femminile, legato al ciclo ed ai cambiamenti. A questa divinità – Artemide in Grecia – venivano dedicati solenni festeggiamenti il 13 agosto, “dies servorum”, giorno degli schiavi che erano da lei protetti.
Il culto di Diana Aricina si svolgeva nel bosco sacro alla dea, situato ai piedi del tempio di Giove Laziale sul monte Albano. Il sommo sacerdote del culto di Diana, ricopriva contemporaneamente la carica di sacerdote e re ed era chiamato Rex Nemorensis. Il Re sacerdote doveva essere uno schiavo fuggitivo che, una volta entrato nel bosco sacro alla dea, tentava di spezzare un ramo di un albero sacro che cresceva solo lì. Era il vischio, pianta che può crescere anche sui tronchi degli alberi. Recuperato un ramo di questa pianta, il nuovo pretendente alla carica di Rex Nemorensis poteva sfidare il vecchio Re in un duello all’ultimo sangue, il cui vincitore aveva diritto a fregiarsi del titolo di Rex Nemorensis fino a quando non fosse stato ucciso da un altro pretendente.
Il Rex Nemorensis doveva perlustrare e sorvegliare il territorio sia di giorno che di notte, in estate come in inverno. Gli antichi sostenevano che il culto fosse di derivazione greca, importato in Italia da Oreste, figlio di Agamennone, il quale uccise Toante, re della Tauride, e riuscì a portare ad Ariccia un simulacro di Diana Taurica alla quale era attribuito il sanguinoso rituale.
Il santuario di Diana Nemorense era considerato un centro federale della lega latina. Lo spostamento del culto dal Monte Artemisio è stato tramandato da Catone, insieme all’elenco dei popoli che partecipavano alle celebrazioni, in cui non figura il nome di Roma. La rifondazione del santuario di Diana Nemorense nel bosco Aricino, può essere interpretata come una risposta al santuario federale realizzato da Servio Tullio a Roma, sull’Aventino.
Diana non è una divinità di origine romana, non viene citata tra gli dei capostipiti della sacralità romana. E’, piuttosto, una divinità di origine latina con forti legami con gli indoeuropei, suggeriti dal legame della dea con la luna che determina i ritmi biologici e le forze notturne e con la forza rigeneratrice e riproduttiva. Per questo la dea era particolarmente venerata dalle partorienti e si sono ritrovati numerosi ex voto a forma tipicamente anatomica, nei suoi santuari.
Una delle prime raffigurazioni del culto era la Diana Triformis, una sorta di trinità femminile rappresentante Artemide-Diana-Selene. Gli scavi nei dintorni del lago di Nemi sono stati iniziati nel 1637.

Pubblicato da: agharti | aprile 3, 2008

Amanti del passato

Gli scheletri ritrovati abbracciati nel febbraio del 2007 nella campagna mantovana, sono sicuramente un maschio ed una femmina. I due “amanti” sono vissuti circa 5-6 mila anni fa e sono allo studio degli esperti nel Laboratorio di Archeobiologia del Museo Archeologico Paolo Giovio.
Questo studio potrebbe fornire notevoli informazioni circa la vita, i traumi, le malattie, lo stato nutrizionale della comunità umana nel Neolitico.
(Notizia proveniente da “Antikitera.net”)

Pubblicato da: agharti | aprile 1, 2008

Il castello di corallo

EdwardIl nome Edward Leedskalnin non è uno di quelli che si fa ricordare od uno di quelli che, al solo sentirlo nominare, si trasale. Lui era un giovane lettone di 26 anni, innamorato di una sedicenne di nome Agnes Skuvst. Per lei voleva costruire qualcosa di veramente speciale, per questo partì dalla natìa Lettonia: per trovare un posto speciale dove costruire il suo luogo speciale. Voleva costruire un castello con le sue sole mani.
Dopo aver vagato per il mondo, in lungo ed in largo, si fermò in Florida e capì che era quello il luogo che cercava. C’era e c’è, qui, un tipo particolare di pietra, bellissima e molto pesante. Sul posto la chiamano Coral Stone, la pietra di corallo. Proprio con la pietra di corallo Edward decise di costruire il castello per la sua Agnes, il Coral Castle.Coral Castle
Tuttora la costruzione lascia veramente senza fiato. I muri sono spessi e costruiti con pietre di sei tonnellate di peso. Vi è una fontana detta “della Luna” che rappresenta le fasi lunari: i quarti di luna pesano 18 tonnellate ciascuno. La luna piena pesa 23 tonnellate.
Il Great Obelisk è alto 8 metri e pesa 28 tonnellate.
Ma come ha fatto il giovane Edward a spostare pietre di questo peso? Possibile che abbia utilizzato esclusivamente un argano costruito con tre pali del telefono? Nessuno ha mai visto lavorare il giovane, eppure ha costruito da solo un intero castello, lavorando da mezzanotte all’alba. Tra le cose che avrebbe utilizzato ci sono oggetti quanto meno singolari: bottiglie avvolte da filo di rame e sintonizzatori radio. Eppure il castello è ancora lì, con le sue gigantesche pietre, a testimoniare di un lavoro che chissà come è stato svolto.
Ed non si fece fotografare volentieri, una sua foto lo ritrae accanto ad un tripode realizzato servendosi di un sistema di carrucole e pali di legno. Possibile che fosse bastato così poco?
Molti ritennero che Edward avesse trovato il modo di sconfiggere la forza di gravità. Diversi vicini affermarono che durante le notti in cui Edward lavorava, si sentiva un suono continuo, una sorta di vibrazione molto bassa.
Edward entrò in contatto con un geniale scienziato, Nikola Tesla, con il quale aveva in comune l’avversione per la scienza ufficiale, che guardava con sospetto i loro esperimenti, e le lunghe notti trascorse a “lavorare” ad edifici sempre più inspiegabili. A Nikola Tesla, croato, vengono attribuite diverse scoperte scientifiche: la corrente alternata, la prima stazione al mondo di energia idroelettrica… persino la radio.
Tornando ad Edward, ad un certo punto, dopo aver ultimato la sua incredibile opera costruttiva, decise di spostarla di qualche miglia. E lo fece, in modo incredibile ed inspiegabile. Egli stesso affermò: “Ho scoperto i segreti delle piramidi. Ho trovato come gli egizi e gli antichi costruttori in Perù, Yucatan e Asia, unicamente con attrezzi primitivi, trasportarono ed eressero blocchi di pietra pesanti parecchie tonnellate”.
Ed Agnes? Edward morì nel 1951 senza essere riuscito a mostrare alla sua amata il castello che aveva costruito per lei. Nel 1980 lo stato della Florida contattò l’83enne Agnes, offrendole viaggio e soggiorno per farle vedere cosa aveva saputo creare l’amore di Edward per lei, 30 anni prima. Ma lei rifiutò. Non le interessava.

Pubblicato da: agharti | marzo 31, 2008

L’omphalos

Il termine greco omphalos sta per ombelico, per centro del mondo. Secondo moltissime tradizioni, l’origine del mondo inizia da un ombelico. In India, il Rig Veda parla dell’Ombelico dell’Increato, sul quale riposava il germe dei mondi. Dall’ombelico di Vishnu, steso sull’oceano primordiale, germina il loto dell’universo manifestato.Vishnu
L’omphalos è anche il centro spirituale del mondo. Come il beith-el, il betilo a forma di colonna eretto da Giacobbe; così come l’Omphalos di Delfi, centro del culto di Apollo; così come certi menhir che sono stati omphalos celtici; così come Ogigia, che Omero chiama “l’ombelico del mondo”; ed anche come l’isola di Pasqua, che porta ancora lo stesso nome; ed anche come la pietra dell’arca dell’alleanza nel Tempio di Gerusalemme.
Secondo gli indù, l’ombelico nabhi è il centro della ruota immobile. Sull’ombelico del mondo si pone simbolicamente il fuoco sacrificale vedico ed ogni altare o focolare raffigura, per estensione, tale centro.
In certe sculture africane, porte, tavole, statuette si nota talvolta un disco centrale: raffigura l’ombelico del mondo. L’ombelico è anche il centro del microcosmo umano. La concentrazione spirituale si compie sull’ombelico, immagine del ritorno al centro. Nello yoga si fa corrispondere all’ombelico il manipura-chakra (o nabhi padma) centro delle energie trasformatrici e dell’elemento fuoco.
Nel mondo celtico, l’ombelico è rappresentato principalmente dal termine Nabelcus, soprannome di Marte, documentato da alcune iscrizioni del sud-est della Gallia. La parola può essere collegata al gallese naf, che vuol dire “capo, signore” ed è, a livello indoeuropeo, il corrispondente del greco omphalos, punto centrale, centro. Marte Nabelcus è il padrone e signore o, in alternativa, il dio di un centro. Tra i luoghi sacri dei Celti, citati da Cesare, vi è un locus consecratus nella foresta Carnua, dove si riunivano i druidi per eleggere i loro capi. Questo luogo era considerato il centro del paese.
omphalos pietraSimbolicamente l’omphalus è di solito una pietra bianca diritta, con la cima a forma di uovo e circondata da uno o più serpenti. La pietra di Delfi, secondo Pindaro, era più che il centro della terra, più che il centro dell’universo creato: rappresentava la via di comunicazione fra i tre livelli di esistenza o i tre mondi. Quello dell’uomo che vive quaggiù, quello della dimora sotterranea dei morti e quello della divinità. A Delfi Apollo aveva ucciso il serpente Pitone nello stesso punto del crepaccio dove erano state inghiottite le acque del diluvio di Deucalione. Era il simbolo della potenza vitale, che domina le forze cieche e mostruose del caos.
Fino alle Nuove Ebridi è diffusa l’idea che l’ombelico assicura la comunicazione degli uomini con il caos primordiale, garantisca una sorta di divinizzazione della vita.
Come vi è un ombelico della terra, così la Stella Polare attorno a cui sembra ruotare il firmamento è spesso designata con il nome di ombelico del cielo o centro o cardine dello stesso. In particolare presso vari popoli del nord Europa e del nord dell’Asia, come i Finni, i Samoyedi, i Koriaki, i Ciukci, gli Estoni ed i Lapponi.

Pubblicato da: agharti | marzo 28, 2008

Man in black

Man in BlackLa dicitura “man in black” (acronimo MIB) è nata all’interno della teoria del complotto sugli UFO, in America. Si riferisce, in particolare, a dei presunti agenti governativi – ovviamente vestiti di nero – incaricati di intimidire e scoraggiare alcuni testimoni di avvistamenti o contatti extraterrestri.
Dai racconti di coloro che sostengono di essere stati avvicinati da questi MIB, si deduce che questi uomini guidavano automobili di uno stesso tipo (generalmente Cadillac) e di un certo tenore (sempre ultimi modelli). Alcuni hanno segnalato un modo di parlare ed un abbigliamento d’altri tempi, il possesso di occhiali da sole costantemente indossati ed il comportamento da gangsters degli anni ’40.
Uno dei primi racconti sui MIB è del 21 giugno 1947. Un pescatore disse di aver avvistato dei dischi volanti nei pressi di una penisola non lontana da Tacoma, nello stato di Washington. Il pescatore, che era in compagnia del figlio, di due amici e di un cane, scattò anche delle foto di questi misteriosi oggetti e sostenne che alcune scorie degli stessi avessero ucciso il cane e ferito il figlio.
Il pescatore raccontò che, il giorno seguente, si era presentato a casa un uomo che lo aveva invitato a far colazione nelle vicinanze. Descrisse l’uomo come un individuo piuttosto imponente, alto, muscoloso e vestito di nero. Guidava una Buick del 1947 ed il pescatore pensò si trattasse di qualcuno del governo.
Dopo colazione l’uomo raccontò al pescatore tutti i particolari dell’avvistamento, malgrado il pescatore non gliene avesse parlato, e lo avvertì di non far parola dell’accaduto se non voleva che la sua famiglia fosse messa in grave pericolo.
Con il tempo si sono formulate le più diverse e curiose ipotesi, sui MIB. Alcune persone hanno denunciato la presenza di un “Governo Ombra” che muove il nostro pianeta e che, in gran segretezza, controlla il narcotraffico, propaga malattie come l’Aids a fini sperimentali e di controllo e via elencando. Nel New Mexico e nel Nevada, addirittura, esisterebbero delle basi segretessime dove si terrebbero riunioni segrete e si stilerebbero programmi di questi esperimenti.MIB
I MIB, dunque, veri e propri agenti segreti al servizio di questo “Governo Ombra” sarebbero colpevoli addirittura di provocare la morte in coloro che diventano, per i loro fini, pericolosi. Vengono citati anche, dalle cronache americane, casi di morti misteriose. Ad esempio due ricercatori, uno ex componente della Commissione Governativa americana di indagini UFO, Edward Ruppelt e l’altro, Waveney Girvan, direttore della rivista inglese “Flying Saucer Review”, furono stroncati da un improvviso attacco cardiaco, nel 1961 il primo e nel 1962 il secondo. Ciò che risultò misterioso ai più, è il fatto che Ruppelt aveva promesso rivelazioni inquietanti che, in seguito, senza dare spiegazioni, non aveva mai fatto, giungendo addirittura ad affermare che l’ufologia era una sonora stupidaggine.
Nello stesso anno morì un certo Wilbert Smith, ingegnere responsabile del Project Magnet, un progetto di ricerca ufologica in Canada. Anche in questo caso si parlò di numerosi misteri circa la sua attività e la sua improvvisa scomparsa.  Nel 1962 morì di follìa anche una nota contattista americana, Gloria Lee Byrd.
Quanto di queste e di altre, numerose, morti sia dovuto ai famigerati MIB, non è dato di sapere. Ovviamente ci sono sostenitori e detrattori di questa ipotesi: gli uni trovano che suicidi ed improvvise malattie abbiano necessità di maggiori indagini; gli altri sostengono che siano eventi perfettamente connaturati all’essere umano. L’unico dato di fatto è che gli investigatori chiamati ad indagare sui casi “sospetti”, chiusero le indagini piuttosto frettolosamente.
Tra i “suicidi” ritenuti più controversi, vi è quello di Vidmal Dajibhai, da poco giunto in Inghilterra dal Pakistan. Vidmal aveva 24 anni e svolgeva un lavoro assai delicato. All’improvviso, il 4 agosto 1986, percorre circa 200 chilometri in auto verso Bristol. Quindi si ferma, esce dall’auto e – secondo quanto affermarono gli investigatori – si getta dal ponte Clifton Bridge. Nell’auto vengono trovati due bicchieri con del vino, ma Vidmal era astemio. In tasca egli aveva una tessera di appartenenza ad una setta esoterica indiana, la Anu Pam Mission, talmente segreta che non risulta sia mai esistita.
Ashard Sharif, un dipendente della Marconi Defence System, anche lui con mansioni estremamente segrete, si recò a Bristol, si fermò all’inizio di una stradicciola secondaria, prese una corda che si era portato dietro, ne legà un capo ad un robusto ramo di platano e l’altro al collo. Si sedette nella sua auto, accese il motore e partì a tutta velocità. Sulla sua automobile fu ritrovata un’audiocassetta di cui la polizia non ha mai rivelato il contenuto.

Pubblicato da: agharti | marzo 27, 2008

Novità sull’omicidio di Robert Kennedy

Morte di Robert KennedyTorna di nuovo agli onori della cronaca l’omicidio di Robert Kennedy.
Robert Kennedy fu ucciso nel 1968 in un hotel di Los Angeles. Adesso alcuni periti balistici pensano che ci sia qualcosa di misterioso, dietro l’uccisione dell’uomo politico americano. In particolare sostengono che egli sarebbe stato colpito da una seconda persona appostata alle sue spalle e non da quello considerato il suo assassino ufficiale, Shiran Shiran, condannato all’ergastolo per il delitto.
Un perito balistico ha indagato per ben 40 anni sull’attentato ed è giunto alla conclusione che il colpo fatale non poteva venire dalla pistola di Shiran, che si trovava davanti al bersaglio e che, secondo le testimonianze, non si sarebbe mai avvicinato alla vittima. E’, invece, più probabile che vi sia stato un secondo tiratore che abbia fatto fuoco da una posizione piuttosto defilata ed alle spalle. L’autopsia ha confermato che tre colpi hanno raggiunto Kennedy da dietro con una traiettoria dal basso verso l’alto e da destra verso sinistra. In particolare, il proiettile risultato fatale sarebbe stato esploso vicino l’orecchio, dove ha lasciato una traccia di bruciatura.
Un altro esperto, esaminando un nastro registrato da un giornalista canadese al momento dell’agguato, ha determinato che sarebbero stati esplosi almeno 13 colpi, mentre l’arma di Shiran ne poteva sparare solo otto. Il medesimo esperto ha affermato che la seconda arma poteva appartenere ad un agente della scorta che, interrogato, avrebbe fornito una versione poco plausibile.
Resta il mistero su chi ha organizzato un tale complotto ai danni dei fratelli Kennedy, la mafia o gli avversari politici?

Pubblicato da: agharti | marzo 25, 2008

La Sacra Sindone

SindoneTutti noi sappiamo cos’è la Sindone, il lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino che reca impressa l’immagine di quello che molti ritengono essere il Cristo.
Il termine sindone deriva dal greco “syndòn“, che indica un tessuto di lino di buona qualità.
La storia della Sindone di Torino si può far partire dal 20 giugno 1353, quando Goffredo, conte di Charmy, fece dono al capitolo dei canonici della colleggiata di Lirey, di questo misterioso telo. Secondo coloro che credono che la Sindone sia il lenzuolo in cui venne avvolto il Cristo, questo telo era stato venerato ad Edessa con il nome di Mandylion (traslitterazione dall’arabo di un termine che significa “stoffa, telo”). Trasportato a Costantinopoli, si persero le sue tracce nel 1204, con il saccheggio della città.
Il termine syndòn è utilizzato dai tre Vangeli sinottici per indicare la deposizione del Cristo dopo la crocifissione. Giovanni, invece, utilizza i termini: othònia (che sta per “bende, tessuto di lino”) e sudàrion (“sudario, fazzoletto”). Le usanze ebraiche volevano che il morto venisse seppellito lo stesso giorno del decesso. Dopo la morte gli venivano chiusi gli occhi e legato il mento con una benda annodata sul capo. Poi la salma veniva lavata ed unta con sostanze profumate e veniva, quindi, seppellita con i suoi vestiti. Dal momento che il Cristo vestiva, al momento della crocifissione, soltanto un perizoma, Giuseppe di Arimatea avvolse il suo corpo in un lenzuolo nuovo. Il sudàrion di cui parla Giovanni, potrebbe essere il legaccio che doveva tenere fermo il mento. Le bende, di cui si fa ugualmente menzione nei Vangeli, avevano l’esclusivo compito di tenere ferme le membra del defunto.Telo sindonico
Ma torniamo a tempi più vicini ai nostri. Nel 1453 Margherita, discendente di Goffredo di Charmy, vendette la Sindone ai duchi di Savoia che la custodirono a Chambèry. Nel 1532 il sacro telo scampò fortunosamente ad un incendio che, però, lo danneggiò in più punti. Nel 1578 venne portato a Torino, dal momento che proprio nella città piemontese i Savoia avevano trasferito la capitale del loro regno.
La prima fotografia della Sindone, dalla quale ci si rese conto di quello che era rimasto impresso sul tessuto, fu fatta nel 1898.
Il telo sindonico ha un color giallo ocra ed una trama “a spina di pesce”. E’ lungo 442 cm, largo 113 e pesa circa 2,450 kg.
Le bruciature subite nel 1532 attraversano il lenzuolo in più punti, disposti simmetricamente ai due lati dell’immagine, perchè la Sindone era ripiegata su se stessa, quando prese fuoco la cappella che la ospitava. I rattoppi che vennero aggiunti nel 1534, furono rimossi nel 2002 assieme ad una fodera di sostegno in tela bianca d’Olanda, aggiunta sempre nel 1534. Al posto di quest’ultima è stato collocato un altro telo fabbricato nel 1950.
Ma cosa si vede sulla Sindone? Sicuramente un corpo umano nudo, a grandezza naturale, visto sia di spalle che di fronte (allineamento testa-testa). Le tracce che compongono il corpo sono più scure del colore del telo. Il corpo è quello di un maschio dell’apparente età di trent’anni, barba e capelli lunghi, con tratti somatici congrui a quelli della popolazione del Medio Oriente. L’uomo appare ferito in più punti e molte tracce di sangue delineano le ferite che il corpo ha subìto. Le ferite più percepibili visivamente sono quelle ai polsi ed agli avampiedi, compatibili con l’apposizione di grossi chiodi, ed una larga ferita inferta al costato.
Le discussioni sull’autenticità del telo sindonico, cioè sulla corrispondenza dell’uomo la cui immagine vi è impressa ed il Cristo, sono fonte di continui confronti tra studiosi e credenti. La chiesa cattolica non si è espressa ufficialmente sulla questione dell’autenticità, pur autorizzando il culto della Sindone al pari di una reliquia.
Gli esami ai quali il telo è stato più volte sottoposto hanno evidenziato, comunque, che la figura non sembra essere stata dipinta. Non ci sono pigmenti di pittura nell’interno della fibra di lino, come ci si aspetterebbe per qualsiasi dipinto. I primi esami del sangue, eseguiti nel 1973, non rilevarono la presenza di sangue nelle macchie ematiche visibili sulla Sindone. Nel 1978, grazie a tecniche più moderne, è stata accertata la presenza del liquido vitale: emoglobina ed altre sostanze atte ad identificare il liquido come sangue. Il gruppo sanguigno rilevato è del tipo AB.
La datazione del telo per mezzo del Carbonio14, eseguita dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, ha fornito un intervallo temporale che va dal 1295 al 1360, il che ha rafforzato le tesi di chi ritiene che il telo sindonico sia un falso medioevale.
L’esame medico-legale ha sottolineato la presenza, nella figura rimasta impressa sul telo, del rigor mortis (testa piegata in avanti, gamba sinistra flessa). Le ferite visibili, specie quella al costato, sembrano effettivamente essere mortali. I probabili fori dei chiodi, sono nei polsi e non nelle palme delle mani. Se la crocifissione fosse stata operata tramite fori nei palmi, i tessuti molli non avrebbero potuto sopportare il peso del corpo.
Da una misurazione antropometrica si è potuto stabilire che l’uomo della Sindone doveva essere alto tra i 175 ed i 185 cm. Il tessuto in cui fu avvolto è stato filato e tessuto a mano, con una tecnica diffusa ai tempi del Cristo nell’area mediorientale, soprattutto in Siria, dove sono stati rinvenuti tessuti simili alla Sindone e risalenti ad un periodo di tempo che va dal I al III secolo d.C. La polvere rinvenuta sul telo ha una composizione molto simile a quella ritrovata sui teli funerari egiziani. Presuppone, pertanto, l’utilizzo del natron, un composto che serviva al momento della preparazione del cadavere per l’inumazione.

Pubblicato da: agharti | marzo 22, 2008

Apollo

ApolloOmero definisce Apollo “il dio dall’arco d’argento”, Febo che appare la notte e brilla come la luna. Ma, presto, Apollo diventerà il dio della luce, del sole. Il suo arco e le sue frecce saranno paragonate al sole ed ai raggi dell’astro.
Pur non negando le pulsioni umane, Apollo mirava a garantire l’ordine, l’equilibrio, la razionalità, allo sviluppo della spiritualità attraverso l’autocoscienza.
La letteratura attribuisce ad Apollo più di duecento epiteti. Originariamente, però, era “pensato” come un dio-topo primitivo, proprio dei culti agrari. Poi assunse l’aspetto di un guerriero irascibile e vendicatore, di un signore delle belve e di un pastore che soccorre il proprio gregge.
Il nome attico Apollo è stato associato alla forma dorica dello stesso, Apellon, che, a sua volta, può essere collegato al termine apella, che sta per “pascolo per montoni”. Questo induce a pensare che Apollo, all’inizio della sua comparsa, sia stato onorato dalle popolazioni greche primitive nomadi, assorbendo nella sua figura divinità preelleniche delle greggi, come Karnos, un dio-ariete. Il mito, del resto, presenta in più occasioni un Apollo pastore.
“Apollo – canta Pindaro – fa penetrare nei cuori l’amore della concordia e l’orrore della guerra civile”.
Apollo deve dettare le leggi della polis, quelle che presiedono alla fondazione dei templi, al culto, ai sacrifici, alla sepoltura degli eroi ed agli onori dovuti ai defunti.
L’Apollo celtico è il risultato di una identificazione imposta dalla interpretazione romana, che non si identifica con nessun criterio indigeno in particolare. Nel suo aspetto di guaritore, Apollo è chiamato Diancecht (il significato del termine celtico non è certo, può tradursi come “prigioniero degli dei” oppure “dalla lunga presa”); nel suo aspetto giovanile il dio è chiamato Oengu (che vuol dire “scelta unica”), figlio di Dagda, detto anche Mac Oc (che vuol dire “figlio giovane”). Nell’aspetto luminoso, ma anche oscuro, Apollo diventa Lug, dio supremo del pantheon celtico, signore ditutte le tecniche, che trascende le capacità di tutti gli altri dèi.
Il numero di Apollo è il 7, simbolo della perfezione, che unisce simbolicamente cielo e terra, principio femminile e principio maschile, luce e tenebre. Apollo è nato il settimo giorno del mese. Eschilo lo chiamava “l’augusto Dio settimo, il Dio della Settima Porta”. Le sue feste venivano celebrate sempre il sette di ogni mese. La sua lira aveva sette corde ed alla sua nascita i cigni sacri, cantando, avevano fatto sette volte il giro dell’isola fluttuante, Asteria, che Zeus, padre di Apollo, rese stabile con il nome di Delos. La dottrina di Apollo si riassume in sette massime attribuite ai sette saggi.
Apollo è il simbolo della vittoria sulla violenza, del dominio di sè sull’entusiasmo, dell’alleanza fra passione e ragione. La saggezza è, dunque, il frutto meritato di una conquista, non di un’eredità.

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