Tutti noi sappiamo cos’è la Sindone, il lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino che reca impressa l’immagine di quello che molti ritengono essere il Cristo.
Il termine sindone deriva dal greco “syndòn“, che indica un tessuto di lino di buona qualità.
La storia della Sindone di Torino si può far partire dal 20 giugno 1353, quando Goffredo, conte di Charmy, fece dono al capitolo dei canonici della colleggiata di Lirey, di questo misterioso telo. Secondo coloro che credono che la Sindone sia il lenzuolo in cui venne avvolto il Cristo, questo telo era stato venerato ad Edessa con il nome di Mandylion (traslitterazione dall’arabo di un termine che significa “stoffa, telo”). Trasportato a Costantinopoli, si persero le sue tracce nel 1204, con il saccheggio della città.
Il termine syndòn è utilizzato dai tre Vangeli sinottici per indicare la deposizione del Cristo dopo la crocifissione. Giovanni, invece, utilizza i termini: othònia (che sta per “bende, tessuto di lino”) e sudàrion (”sudario, fazzoletto”). Le usanze ebraiche volevano che il morto venisse seppellito lo stesso giorno del decesso. Dopo la morte gli venivano chiusi gli occhi e legato il mento con una benda annodata sul capo. Poi la salma veniva lavata ed unta con sostanze profumate e veniva, quindi, seppellita con i suoi vestiti. Dal momento che il Cristo vestiva, al momento della crocifissione, soltanto un perizoma, Giuseppe di Arimatea avvolse il suo corpo in un lenzuolo nuovo. Il sudàrion di cui parla Giovanni, potrebbe essere il legaccio che doveva tenere fermo il mento. Le bende, di cui si fa ugualmente menzione nei Vangeli, avevano l’esclusivo compito di tenere ferme le membra del defunto.
Ma torniamo a tempi più vicini ai nostri. Nel 1453 Margherita, discendente di Goffredo di Charmy, vendette la Sindone ai duchi di Savoia che la custodirono a Chambèry. Nel 1532 il sacro telo scampò fortunosamente ad un incendio che, però, lo danneggiò in più punti. Nel 1578 venne portato a Torino, dal momento che proprio nella città piemontese i Savoia avevano trasferito la capitale del loro regno.
La prima fotografia della Sindone, dalla quale ci si rese conto di quello che era rimasto impresso sul tessuto, fu fatta nel 1898.
Il telo sindonico ha un color giallo ocra ed una trama “a spina di pesce”. E’ lungo 442 cm, largo 113 e pesa circa 2,450 kg.
Le bruciature subite nel 1532 attraversano il lenzuolo in più punti, disposti simmetricamente ai due lati dell’immagine, perchè la Sindone era ripiegata su se stessa, quando prese fuoco la cappella che la ospitava. I rattoppi che vennero aggiunti nel 1534, furono rimossi nel 2002 assieme ad una fodera di sostegno in tela bianca d’Olanda, aggiunta sempre nel 1534. Al posto di quest’ultima è stato collocato un altro telo fabbricato nel 1950.
Ma cosa si vede sulla Sindone? Sicuramente un corpo umano nudo, a grandezza naturale, visto sia di spalle che di fronte (allineamento testa-testa). Le tracce che compongono il corpo sono più scure del colore del telo. Il corpo è quello di un maschio dell’apparente età di trent’anni, barba e capelli lunghi, con tratti somatici congrui a quelli della popolazione del Medio Oriente. L’uomo appare ferito in più punti e molte tracce di sangue delineano le ferite che il corpo ha subìto. Le ferite più percepibili visivamente sono quelle ai polsi ed agli avampiedi, compatibili con l’apposizione di grossi chiodi, ed una larga ferita inferta al costato.
Le discussioni sull’autenticità del telo sindonico, cioè sulla corrispondenza dell’uomo la cui immagine vi è impressa ed il Cristo, sono fonte di continui confronti tra studiosi e credenti. La chiesa cattolica non si è espressa ufficialmente sulla questione dell’autenticità, pur autorizzando il culto della Sindone al pari di una reliquia.
Gli esami ai quali il telo è stato più volte sottoposto hanno evidenziato, comunque, che la figura non sembra essere stata dipinta. Non ci sono pigmenti di pittura nell’interno della fibra di lino, come ci si aspetterebbe per qualsiasi dipinto. I primi esami del sangue, eseguiti nel 1973, non rilevarono la presenza di sangue nelle macchie ematiche visibili sulla Sindone. Nel 1978, grazie a tecniche più moderne, è stata accertata la presenza del liquido vitale: emoglobina ed altre sostanze atte ad identificare il liquido come sangue. Il gruppo sanguigno rilevato è del tipo AB.
La datazione del telo per mezzo del Carbonio14, eseguita dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, ha fornito un intervallo temporale che va dal 1295 al 1360, il che ha rafforzato le tesi di chi ritiene che il telo sindonico sia un falso medioevale.
L’esame medico-legale ha sottolineato la presenza, nella figura rimasta impressa sul telo, del rigor mortis (testa piegata in avanti, gamba sinistra flessa). Le ferite visibili, specie quella al costato, sembrano effettivamente essere mortali. I probabili fori dei chiodi, sono nei polsi e non nelle palme delle mani. Se la crocifissione fosse stata operata tramite fori nei palmi, i tessuti molli non avrebbero potuto sopportare il peso del corpo.
Da una misurazione antropometrica si è potuto stabilire che l’uomo della Sindone doveva essere alto tra i 175 ed i 185 cm. Il tessuto in cui fu avvolto è stato filato e tessuto a mano, con una tecnica diffusa ai tempi del Cristo nell’area mediorientale, soprattutto in Siria, dove sono stati rinvenuti tessuti simili alla Sindone e risalenti ad un periodo di tempo che va dal I al III secolo d.C. La polvere rinvenuta sul telo ha una composizione molto simile a quella ritrovata sui teli funerari egiziani. Presuppone, pertanto, l’utilizzo del natron, un composto che serviva al momento della preparazione del cadavere per l’inumazione.